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Francesca Peratoni

“White & colored”, l’architettura “sociale” nell’America dagli anni ’30 ai ’60

"White & colored", l'architettura "sociale" nell'America dagli anni '30 ai '60

Oggi vorrei affrontare un tema che mi ha colpito molto, che sembra lontano, ma in realtà non è trascorso neanche un secolo. Ho letto il libro White & colored, di Giusi Bruno, con molta curiosità perché avendo intuito dalla copertina che il tema affrontato analizzava il complesso periodo storico che va dagli anni ’30 agli ani ’60 in America, da architetto mi sono chiesta, se mai avessi dovuto lavorare in tali condizioni sociali, quale e quanta sarebbe stata la mia difficoltà. La convivenza interrazziale è una costante nel nostro mondo globalizzato e per fortuna la segregazione non è un problema attuale, ma se lo diventasse a quali storture dovremmo adeguarci?

Due temi che solitamente non associamo riguardano architettura e contesto politico/sociale. Quando pensiamo all’Architettura ci viene in mente l’estetica, l’originalità, quasi mai la solidità e la sicurezza degli edifici. Sicuramente non pensiamo a quale categoria di individui apparterrà il manufatto se non per una valutazione economica (luogo, finiture, ampiezza). Invece, un secolo fa nel sud degli Stati Uniti, la progettazione affrontata dagli architetti includeva pure a quale “razza” fosse destinato  l’edificio e come sarebbe stata esaminata e risolta la convivenza interrazziale.

Il lavoro di ricerca affrontato nel libro è una sorta di indagine per scoprire segni scomparsi, o tutt’ora visibili nelle architetture del South statunitense fino agli anni ’60, perché questo argomento non era mai stato finora svolto in un testo di Storia dell’architettura. Una citazione contenuta nel libro afferma: “Nessuno (nel South degli Stati Uniti) vuole parlare di edifici, proteste, o crimini. Progetti scomparsi, architetti anonimi, segni sbiaditi – gli archivi concernenti l’architettura e la segregazione sono apparentemente scomparsi, eppure i vecchi edifici ancora rimangono”. Arthur G. Cosby

E’ chiaro l’impatto sociale ed umano che derivava da una così serrata segregazione, chi osava opporsi veniva emarginato, licenziato, picchiato o persino ucciso. Il testo, ricco di casi studio di architettura segregazionista riguardante tutte le tipologie di edifici pubblici, non distoglie mai lo sguardo dalla società che viveva in tali edifici. Ci permette di capire la cronologia delle leggi che determinarono il progressivo allentamento delle costrizioni, e nel contempo l’insorgere dei movimenti di protesta civile per l’uguaglianza razziale. Quelli erano gli anni di Rosa Parks, Martin Luther King, dell’assassinio di John Fritzgerald Kennedy.

Come si svolgeva il ruolo dell’architetto? In quegli anni Neergard, un famoso professionista del South, riuscì ad escogitare un sistema che esaudiva la committenza bianca in termini di segregazione e risparmio dei costi di edificazione:

Come può essere aumentata la capacità (dell’edificio), mantenuti standard di servizio e attrezzature, ed abbassati i costi di edificazione e la cubatura – tutto allo stesso tempo?

La soluzione è la seguente: l’ Arch. Neergaard riduce il numero delle aree funzionali in relazione alla capacità degli alloggi dei pazienti, raddoppiando almeno il numero di letti per piano, riducendo lo spazio per letto del 20% ed abbassando il costo di costruzione e per le apparecchiature di un terzo. La riduzione delle aree funzionali in relazione al problema razziale, si realizza creando una struttura a doppio corridoio, uno per razza, con l’unità infermieristica al centro di supporto per entrambe.”

E così narrando nel testo si esaminano tutte le forme con cui il professionista era riuscito a creare separazione, gerarchia, esclusione, privazione, mancato rispetto dei canoni edilizi e della volumetria necessaria. In contrasto vengono posti in risalto alcuni architetti che avevano esercitato la loro professione in superamento dei vincoli razziali. Perché spesso: “Ciascun architetto non è che la creatura del suo ambiente e del suo cliente”. Carl Erikson

Concludo con un’altra citazione dal libro che condivido sicuramente:

Nessuno spazio è intrinsecamente libero, ma l’architettura moderna può essere la chiave di un meccanismo per disegnare una società migliore.” Martha Gutman.

 

Per chi volesse approfondire il tema e conoscere l’autrice, queste sono le prossime date di presentazione del libro:

il 14 dicembre 2018 alle ore 18 presso la Casa della Memoria e della storia, Via San Francesco di Sales n. 5, Roma;

– l’11 gennaio 2019 alle ore 17 presso il Palazzo dei Papi, Piazza San Lorenzo n.1, Viterbo.

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Francesca Peratoni

Architetto, designer, mamma di due splendide bimbe, creatrice di ArchitettaMi (www.architettami.com), blogger (non per forza in quest’ordine) e poi a fine giornata distrutta. Ho iniziato con le ristrutturazioni collaborando con importanti studi di architettura e successivamente sono passata agli interni, dalla esperienza con Damiani è nata la progettazione degli arredi, ho creato ArchitettaMi, il blog, e tutta la rete intorno. I libri mi hanno sempre circondata, a casa mia quando aprivo un mobile invece di trovare un piatto o un bicchiere, ci trovavo pile di libri. Attraverso questo blog vi porterò nel mondo di chi non solo li legge, ma deve trovargli una collocazione fisica. E vi dimostrerò che non solo le librerie, ma ogni angolo della casa è fatto a misura di libro.

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